La dislessia non va in pensione

I DSA si configurano come una difficoltà ad apprendere maggiore rispetto alla media. La dislessia è considerata, erroneamente, un disturbo scolastico, ma la dislessia non va in pensione con la fine del percorso di studi.

L’inserimento lavorativo delle persone con DSA (disturbi specifici di apprendimento), quali dislessia, discalculia, disortografia o disgrafia, è maggiormente difficile nel contesto odierno, che vive il cambiamento da un sistema produttivo industriale, dove il lavoro manuale aveva ancora una certa importanza, ad un’economia basata sui servizi e la tecnologia, dove sono i reading skills a segnare la differenza, nonostante queste persone posseggano numerose abilità e talenti e una normale intelligenza.

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Un mondo dominato dalla parola scritta

Da un lato questo cambiamento, insieme alle leggi anti discriminazione e alla tendenza all’inclusione, ha favorito l’ingresso nel mondo del lavoro di disabili fisici: questi ultimi hanno potuto liberare il loro potenziale creativo e professionale proprio grazie alla richiesta sempre minore di lavori manuali ai quali avrebbero avuto più difficoltà ad accedere. Tuttavia, dall’altro lato, questo cambiamento ha penalizzato in una certa misura i potenziali lavoratori con DSA, i quali, al contrario, in un mondo del lavoro sempre più dominato da compiti legati alla parola scritta, si trovano in crescente difficoltà.

Le persone affette da disturbi di apprendimento sperimentano una condizione di disabilità meno visibile rispetto ad altre, più evidenti e più “fisiche” e rendono visibile questo loro disturbo solo in contesti specifici e in occasioni specifiche, ad esempio quando vengono sottoposti a compiti che non riescono s svolgere. Per il resto, nella vita quotidiana, può essere non facile individuare un soggetto dislessico sulla base della semplice apparenza esterna.

A causa della loro bassa autostima, le persone con DSA tendono a sperimentare maggiori difficoltà nella ricerca di un lavoro e nella gestione delle tensioni che questa attività di ricerca naturalmente comporta. Se non è generalmente semplice credere in se stessi, possiamo immaginare quanto lo sia per un adulto con DSA che, appena uscito dal sistema educativo e dalle sue, grandi sfide, si trovi a doversi orientare nel mondo del lavoro.

Difficoltà

Le prime difficoltà si presentono già nel corso dei colloqui e durante le procedure di selezione, a causa delle modalità spesso “standard” messe in essere dalle aziende, che non permettono ai candidati DSA di esprimere le proprie potenzialità sin da questa prima fase. In tal modo, dunque, le aziende possono perdere il contributo di soggetti creativi e innovativi. Dal canto loro, gli aspiranti lavoratori con DSA devono a loro volta essere capaci di valorizzare le proprie potenzialità già nella fase di selezione.

Conseguenze

Le conseguenze dell’inosservanza di queste realtà sono abbastanza gravi. Sul luogo di lavoro i compiti richiesti sono decisamente più complessi e impegnativi rispetto alla scuola, in particolare viene data per scontata per un dislessico, anche adulto). In secondo luogo, essendo minore la consapevolezza del problema da parte del luogo di lavoro c’è il rischio che il disagio non venga riconosciuto come tale e che quindi venga considerato alla stregua di una generica mancanza di capacità, effetto deleterio sul futuro professionale del soggetto dislessico.

Transizione

La transizione dalla scuola al lavoro è dunque un periodo delicato per questi soggetti e uno dei principali aspetti a fare la differenza è l’ambiente, dalla scuola in cui lo studente con DSA era tutelato in maniera più o meno estesa ad un altro. A quello lavorativo, dove la consapevolezza del problema DSA e gli accomodamenti sono tendenzialmente minori.

Gestione del personale con disabilità

La dislessia in ambito lavorativo pone quindi numerosi problemi ma che, se affrontati nella giusta maniera, possono essere facilmente superati. Per ottenere tutto ciò occorre una sorte di equivalente lavorativo del Piano Didattico Personalizzato (PDP) ma, ancor più, una riformulazione del concetto di disabilità spesso presente sul luogo di lavoro.

E’ necessaria una sensibilizzazione sia delle aziende che dei giovani in cerca di lavoro, in modo tale da favorire un incontro positivo che porti allo sviluppo professionale dei talenti, superando le difficoltà che la presenza di un diverso stile di lavoro può generare al fine di garantire una corretta gestione del personale con disabilità.

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Il Mentore

Con il termine mentoring si fa riferimento ad una particolare tipologia di apprendimento che si instaura in una relazione tra un soggetto con più esperienza e un allievo che deve apprendere determinate competenze. Nel mentoring il soggetto con più esperienza offre volontariamente le competenze che ha acquisito così da facilitare la crescita del suo allievo.

Per l’etimologia del nome “mentore” bisogna risalire addirittura all’Odissea dove Mentore era amico e consigliere di Ulisse che dovrà guidare, prendersi cura e insegnare a suo figlio Telemaco mentre lui era via. Sostanzialmente il mentoring si è sviluppato come metodo per sostenere ed incoraggiare la persona durante il proprio apprendimento così che possa arrivare a rendere al massimo del proprio potenziale, migliorando le proprie prestazioni e sviluppando al massimo le proprie capacità. Il ruolo del mentore è quello di infondere fiducia e incoraggiamento, aiutando l’allievo ad orientarsi e credere in se stesso, diventando più consapevole di ciò che è, prendendo in mano la propria vita, assumendosene la responsabilità e scegliere in che direzione farla andare anziché affidarsi al caso.

Il mentore può:

  • Insegnare determinate abilità all’allievo riguardo ad uno specifico problema
  • Allenare l’allievo a sviluppare determinate capacità 
  • Proporre delle sfide al proprio allievo così da farlo uscire dalla propria zona di sicurezza
  • Concentrarsi sullo sviluppo complessivo del suo allievo creando un ambiente sicuro per correre determinati rischi